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Una giornata con Ohad Naharin a Orsolina 28

Anteprima del nuovo lavoro "MOMO"

Di Maria Luisa Buzzi 15/11/2022
Una giornata con Ohad Naharin a Orsolina 28
Batsheva Dance Company in "MOMO" di Ohad Naharin a Orsolina28 (ph. Andrea Guemani)

MONCALVO Le colline del Monferrato, Moncalvo e la splendida tenuta Orsolina28 sono ormai una seconda casa per Ohad Naharin. L’artista israeliano, oggi coreografo pricipale di Batsheva, non solo ama il Monferrato e le eccellenze vinicole piemontesi ma è legato da una profonda amicizia con Simony Monteiro, la fondatrice e direttrice artistica di Orsolina28 Art Foundation con cui dal 2016 sono nati diversi progetti. A partire dall’ideazione congiunta dello spazio scenico The Eye all’interno della tenuta - un grande occhio ovale adagiato tra le colline -, dai regolari seminari di Gaga, qui ribattezzati Gaga Eden, fino alle residenze creative dell’intera Batsheva Dance Company e alla presentazione di lavori in esclusiva. Un esempio? Il debutto in prima europea di 2019 di Naharin lo scorso giugno, di cui abbiamo ampliamente parlato nel n. 306 di Danza&Danza.

Siamo ritornati in questo luogo incantevole, unico forse nel mondo, per assistere tra i vigneti e le cromie mozzafiato del foliage autunnale alla restituzione in anteprima di alcuni estratti della nuova creazione ancora in corso di Naharin. Il titolo del pezzo è MOMO e il debutto mondiale sarà al Suzanne Dellal di Tel Aviv il 10 dicembre 2022. A seguire una lunga tournée in Israele, prima di approdare in Europa con date al LAC di Lugano (2 aprile 2023) e a La Villette di Parigi (24 maggio - 2 giugno). Il prossimo autunno lo vedremo anche alle nostre latitudini, ospite dei tre coproduttori italiani: Aperto Festival (Reggio Emilia), Torinodanza e Teatro Grande di Brescia. A Milano, in Triennale, sarà invece presentato YAG, lavoro di più piccole dimensioni da cui Naharin ha anche ricavato un film, annunciato due stagioni fa e poi cancellato causa pandemia.

Fondata nel 2016 e tutt’oggi in espansione nell’ambito delle ricerche di sostenibilità ambientale, di autosufficienza del sistema agricolo, dell’ospitalità ecologica del glamping (il campeggio permanente), Orsolina 28 è sin dall’origine un luogo privilegiato e unico dedicato alla danza. L’ideatrice Simony Monteiro ha studiato alla School of American Ballet e all’Alvin Ailey Dance Theatre di New York ed è a George Balanchine e ad Alvin Ailey che ha dedicato due delle splendide - per dimensione, panorama, confort - sale danze della struttura destinate sia all’annessa scuola di danza per amatori sia alle classi dei professionisti. Lì oltre a Batsheva sono stati in creazione tra gli altri Akram Khan, Marco Goecke, recentemente Pontus Lidberg (per Icarus che ha debuttato il 21 ottobre al Dansk Dansteater di Copenhagen) e nei giorni in cui scriviamo anche Sharon Eyal. Consuetudine poi della Fondazione la restituzione pubblica di estratti nell’altro spazio dedicato alle rappresentazioni di Orsolina 28, l’Open Air Stage (palcoscenico utilizzabile nella bella stagione) nell’ambito del progetto denominato Focus On Creation. Tra le molte attività la Fondazione si occupa anche di giovani autori: dal 2021 ha avviato un progetto di sostegno per coreografi under 35 in risposta alla pandemia e alla difficoltà di moltissimi artisti. Grazie al bando Call for creation ogni anno vengono individuati tre autori/compagnie a cui viene fornito sostegno produttivo: nel 2021 la selezione ha portato a Orsolina28 Mike Tyus (USA), Adriano Bolognino (Italia) per Rua da Saudade (vedi D&D n. 307) e Shawn Fitzgerald Ahern ed Emilie Leriche (On mending, Belgio); nel 2022 la compagnia greca Danae & Dionysos per Looking for Totoro, alla tedesca Frantics Dance Company per Ordinary e alla statunitense Madison Jicks per Corrupt(ed).

Ma torniamo in sala con Ohad Naharin. E al 5 novembre scorso quando dentro al The Eye, Batsheva provava per noi MOMO. Seduti frontali alla scena incrociamo subito gli sguardi dei diciotto danzatori di Batsheva (4 le new entries in compagnia provenineti dall'Ensemble) seduti a terra in ordine sparso. Sono pronti a mostrarci alcuni ‘pezzi’ del nuovo lavoro a cui tutti loro hanno contribuito, oltre a Ariel Cohen, già danzatore e assistente del coreografo. L'ordine delle coreografie che vediamo non sarà quello definitivo, Naharin sta ancora pensando al montaggio, ma molto si capisce del lavoro a cui ancora una volta dobbiamo abbandonarci per lasciar fluire l'immaginazione scaturita dalla visione. Punto fermo, come sempre, la rigorosa struttura. Ancora una volta Naharin gioca con lo sdoppiamento (il titolo MOMO, nella reiterazione della sillaba “mo”, già lo anticipa) ma a differenza di Venezuela in cui la coreografia ricominciava da capo a metà spettacolo con variazioni sul tema, ora fa convivere sulla scena due partiture coreografiche separate gestite da gruppi distinti. A quattro ragazzi è affidata una partitura che potrebbe essere, con metafora musicale, un basso continuo. Attraversano l’intero spazio-tempo dello spettacolo con una coreografia disegnata esclusivamente per loro, ‘isolata’ rispetto agli altri quattordici danzatori che a gruppi di sette si alternano sulla scena: i quattro non si connetteranno né si prenderanno mai cura di loro. Due anime coabitanti (ma anche tre, perché i due gruppi di 7 hanno a loro volta peculiarità) specchio della complessità del nostro tempo, dove un nucleo cementatissimo ha la forza di rimanere autosufficiente e isolato dal fermento partecipativo degli altri. I quattro camminano con passi lenti, si guardano, si librano in un girotondo, si toccano anche, cantano un incomprensibile motivetto inginocchiati a terra concatenati l’un l’altro senza mai cedere all’esterno. Intorno a loro gli altri sette, decisamente più liberi nei movimenti e nell’interazione, vogliosi di contatto e intraprendenti nell’avvicinarsi con sensualità e virtuosismo. L’autarchia dei quattro, però, è inespugnabile. Sono talmente presi dal loro spazio mentale chiuso, convinti delle proprie regole, da non cedere né alla libertà né alle tentazioni. E’ bellissima l’idea di avere due piani da osservare contemporaneamente in una sorta di paesaggio entropico di umanissima partecipazione. Ed è bellissimo guardare l’espansione dell’anima nei corpi dei superlativi danzatori di Batsheva alla ricerca di una magica bellezza che necessita di essere recuperata. Che Naharin voglia parlarci dei risvolti psichici post pandemia e di una possibile elaborazione della tragedia? La scelta musicale dell’album Landfall firmato da Laurie Anderson con Kronos Quartet - nato post urgano Sandy che ha spazzato via ogni cosa dell'abitazione newyorkese della cantante - potrebbe spingerci a ipotizzarlo, così come la parete nera d’arrampicata che Naharin ci racconta di voler usare come fondale dello spettacolo.

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