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Damien Jalet e Kohei Nawa al Grand Théâtre de Genève: "Planet[wonderer]"

29/02/2024
Damien Jalet e Kohei Nawa al Grand Théâtre de Genève: "Planet[wonderer]"
Planet[Wanderer] ph. Rahi Rezvani, Parigi, 2021

GINEVRA Dall'8 al 10 marzo al Grand Théatre de Genève il coreografo Damien Jalet e l'artista visivo Kohei Nawa esplorano i legami tra il pianeta e gli esseri umani in Planet[wanderer], un'evocazione fisica e poetica della natura, creata nel 2021 al parigino Teatro di Chaillot.

Con Planet[wanderer], il coreografo franco-belga Damien Jalet, artista associato del Ballet de Genève, e l'artista visivo Kohei Nawa continuano la loro ricerca di fusione, confronto e trascendenza dei rispettivi mezzi espressivi. Dopo VESSEL (ospitato anche a Torinodanza) e il film Mist, la parte finale della trilogia si sposta in un territorio intermedio, tra laboratorio scientifico e racconto mitologico, dove un gruppo di otto danzatori si immerge in uno spazio metaforico dove tutto sembra interagire.

Damien Jalet ha scoperto il lavoro di Kohei Nawa alla Triennale di Aichi a Nagoya. Affascinato dal rigore scientifico e dall'universo mitologico del lavoro dell'artista, il coreografo lo ha contattato tramite un amico comune, il compositore Ryūichi Sakamoto. Insieme hanno fatto domanda a Villa Kujoyama a Kyoto e hanno ottenuto una residenza di quattro mesi nel 2015. Hanno iniziato i loro esperimenti lavorando con un materiale giapponese dalle proprietà affascinanti, il katakuriko, amido di patate che può rivelarsi sia solido che liquido, e hanno così creato lo spettacolo VESSEL (2015). Hanno poi creato il film Mist (2021) con e per NDT1, in collaborazione con il fotografo e regista Rahi Rezvani. Mist si ispira al fenomeno dei banchi di nebbia spesso associato ai Paesi Bassi, dove il film è stato creato e girato, ed esplora lo spazio effimero tra realtà e miraggio attraverso una fisicità che ricorda le dinamiche di evaporazione, condensazione e caduta dell'acqua.

VESSEL, Mist e Planet[wanderer] sono concepiti come una trilogia ispirata al Kojiki, l'antico racconto giapponese della genesi del mondo. Ogni opera corrisponde a uno dei tre livelli descritti: VESSEL, Yomi ("la terra della notte", il mondo dei morti); Mist, Takama-ga-hara ("l'alta pienezza del cielo", la dimora degli dei); Planet[wanderer], Ashihara-no-Nakatsukuni ("la terra centrale delle canne", il mondo terrestre). Anche l'acqua è un tema ricorrente in ciascuna di queste creazioni.

Questo territorio intermedio è chiamato Ashihara-no-Nakatsukuni nel Kojiki, letteralmente "la terra centrale delle canne". Gli esseri umani di Planet [wanderer] oscillano in un fragile equilibrio tra potere e vulnerabilità, armonia e sopravvivenza, distruzione ed evoluzione. Dal corpo umano come continuità di un paesaggio, al paesaggio percepito come continuità del corpo umano, Planet [wanderer] esplora astrattamente diverse fasi di connessione e disconnessione, armoniose e fragili. Mettendo il corpo umano a confronto con diversi materiali e con la gravità, Planet [wanderer] è un'evocazione fisica e poetica della natura migratoria della vita e della relazione potente ma fragile che ci lega a quel nomade sferico che è il nostro pianeta.

Nelle sue opere, Kohei Nawa adotta un'interpretazione flessibile del significato di scultura, producendo esperienze percettive che rivelano allo spettatore le proprietà fisiche dei materiali attraverso lavori che affrontano temi legati alla vita e al cosmo, alla sensibilità artistica e alla tecnologia. Partendo dalla parola "pianeta" e dalla sua etimologia (dalla radice greca planaomai, che significa "vagare, perdere la strada"), Jalet e Nawa intraprendono un viaggio iniziatico. Il loro punto di partenza è la constatazione che il mondo, in quanto realtà planetaria, è un corpo alla deriva e, viceversa, che l'essere alla deriva è l'attributo primario di tutti i corpi di questo universo. È forse per sottolineare questo vagare che Damien Jalet e Kohei Nawa hanno immaginato una reinterpretazione contemporanea dei giardini secchi di Kyoto come scenario della loro esplorazione. Kyoto è anche la città dove risiede l'artista visivo e dove il duo esplora il proprio linguaggio comune dal 2015. La scenografia è uno spazio metaforico e metamorfico, dove tutto sembra interagire.

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