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Israel Galvan e Michael Leonhart, fusion tra danza e jazz

Omaggio a Miles Davis

Di Giuseppe Distefano 28/05/2026
Israel Galvan e Michael Leonhart, fusion tra danza e jazz
Israel Galvan e Michael Leonhart in "New Sketches of Spain" (Ph Roberto de Biasio)

VICENZA Corpo polifonico, che racchiude suoni e voci, materia e spirito, memoria e presente, costantemente spinto verso nuove forme, visioni, sperimentazioni. Quello del danzatore e coreografo spagnolo Israel Galván, possente nel fisico, sciolto nei movimenti, sinuoso ed energico nella gestualità, rappresenta il vero flamenco contemporaneo: destrutturato nella sua matrice, scomposto e riaffermato nel suo vivere in scena, cesellato nelle sue improvvisazioni. Ammiccante e di austera essenzialità, imprevedibile nella sua danza virtuosa, teatrale e astratta nello stesso tempo, Israel, insieme al trombettista newyorkese Michael Leonhart e al suo ensemble, ha elettrizzato il pubblico al Teatro Comunale di Vicenza per  Vicenza Jazz, festival giunto alla trentesima edizione quest’anno col titolo Dalle trombe di Gerico al divino Miles, dedicato a Miles Davis, artista che ha innovato e portato il jazz dentro la contemporaneità. Come Galvan il flamenco.

Ecco spiegato il connubio del progetto New Sketches of Spain – titolo del celebre album Sketches of Spain di Davis e Gil Evans del 1960 - che ha messo in dialogo i due linguaggi. La musica di quel disco nacque dopo che Davis aveva assistito ad uno spettacolo di flamenco dove lo aveva condotto la moglie Frances Taylor Davis - ballerina afroamericana del Paris Opera Ballet .

Lo spettacolo riporta così il capolavoro di Davis alla sua origine di musica pensata per la danza, per essere attraversata dal corpo in un dialogo continuo tra improvvisazione jazz e flamenco. Tutto il gruppo si staglia in silhouette davanti allo schermo rosso, poi azzurro, viola. Vestito di nero, un lungo grembiule rosso, lunghe calze trasparenti e scarpe bianche per il suo tipico zapatear, Galvan sosta al lato dell’ensemble musicale salendo e scendendo dal predellino percosso con la maestria ritmica delle sue gambe, e uscendone per scorribande posizionandosi in più angoli del palcoscenico. Oscillante tra dualità maschile e femminile, muovendosi tra impeto e quiete, sono anche le sue braccia a “parlare”, spigolose, atletiche, saettanti, liquide, mentre le mani si fanno strumento di percussione sul suo stesso corpo.

Sulla celebre musica del Concerto di Aranjuez apre l’immaginario al fuoco dell’Andalusia, alla religiosità delle processioni, al canto arabeggiante, al blues malinconico. Lascia cadere le nacchere, attraversa il proscenio, scompare, ritorna, genera suoni stridenti calpestando della polvere di pietre. Prende una sedia e, sedutosi, piega il busto, apre le gambe, batte i piedi, danzando in contorsioni inedite. Ed è semplicemente meraviglioso il dialogo che per tutto il tempo instaura con i concertisti, specie con Leonhart in uno dei momenti in cui i due, in posture frontali e gestuali, sembrano disegnare, tra le note della tromba e il potente movimento ritmico, una fusion umana e artistica.

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