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Teatro a Corte, chiusura con i fuochi d’artificio nei giardini della Reggia di Venaria.

Di Rossella Battisti 20/07/2016
Teatro a Corte, chiusura con i fuochi d’artificio nei giardini della Reggia di Venaria.
Teatro a Corte, chiusura con i fuochi d’artificio nei giardini della Reggia di Venaria.

TORINO - E’ il secondo (e ultimo) weekend di teatro, danza e circo contemporaneo di Teatro a Corte e un soffio freddo entra nella sala in penombra del Castello di Rivoli, tappa del Festival che si svolge all’indomani della strage di Nizza. Si cerca di ritrovare una normalità in un mondo che ha perso il suo equilibrio ed è un tentativo che appare persino un po’ grottesco nel qui e nell’ora, mentre ci si siede per terra ad assistere alla lunare e tecnologica installazione Hakanaï di Adrien M(ondot) & Claire B(ardainne). Francesi, come lo sono molti degli artisti e delle produzioni ospitate dalla manifestazione che abita le dimore sabaude ed è diretta con misurata eleganza da Beppe Navello. E’ un momento difficile, inaspettato, e Navello si staglia in piedi contro il cubo trasparente di luci e disegni della performance, e, affiancato da Emanuele Chieli - in rappresentanza del console francese a Torino – commemora la strage, spende chiare e commosse parole di amicizia e fratellanza e lascia al consueto minuto di silenzio il compito di raggrumare il dolore e lo sgomento. Dopo, siamo già oltre l’onda del maremoto, tornati ad assistere a un’opera ignara di quel che sarebbe stato (il progetto è del 2012 e ha debuttato nel 2013), quasi atemporale, gioco sospeso tra una creatura umana (Akiko Kajihara) e un sogno – come insito negli ideogrammi di Hakanaï.

Akiko è una figurina minuta, prepuberale, un’Alice pronta a entrare al di là dello specchio, o meglio nel cubo trasparente che interagisce con segni luminosi e numinosi alla sua danza rarefatta. Si parlano a distanza ravvicinata, la mano di lei a scostare tende fatte di linee di luce o ad alzare reticolati. Le curve del corpo che rimbalzano in echi visivi, pioggia virtuale e aliti di vento che scompigliano il magico parallelepipedo. Siamo nell’universo virtuale di Adrien e Claire, lui giocoliere e programmatore informatico, lei scenografa e graphic designer. Impegnati a inventarsi realtà parallele tra corpo e fumetto, luce e carne, con – in questo caso – la complicità leggera di Akiko. L’esperimento è suggestivo, con orli poetici, a tratti ingegnoso, ma anche se il percorso dura solo quaranta minuti, la parabola è scarsa. Un gioco che si lascia intrappolare dagli effetti e smaglia, allentandola, la fantasia da cui era partito.

Ben diversamente tesa è la trama di Under Flat Sky di Billy Cowie, videomaker scozzese specializzato in danza in 3d, che stavolta però mette da parte per un affresco corto, in forma di haiku, realizzato per il Museo d’arte Kochi in Giappone e accolto adeguatamente negli spazi che sanno di antico e contemporaneo insieme del ristrutturato castello di Rivoli. Cowie lavora in sintonia con l’artista tedesca Silke Mansholt, che gli allestisce paesaggi graffiati dove immergere la danza minima di due performer. Sulla suggestione di liriche brevi le danzatrici si muovono ondeggiando, mescolate dalla luce ai paesaggi entranti nella loro danza. Ai versi (in giapponese) fanno eco canti in lingua turca, con didascalie di traduzione “sporca” in italiano - una sorta di google translation - per non far adagiare lo spettatore sul senso piatto delle parole, stuzzicandolo ad immaginare la poesia nello iato lasciato fra suoni arcani e un italiano bizzarro. Su tutto, una vecchia, sana artigianalità (le scene di Mansholt ricordano i disegni ricoperti con una mano di pastello bianco o nero e poi graffiati con una punta di metallo a riscoprirne i colori sottostanti) che fa miracoli più poetici della tecnologia. Se lo spettacolo durasse il doppio come l’altro, se ne avvertirebbe probabilmente una sottile monotonia, un indugiare su medesime atmosfere, ma Cowie è un artista smagato e si ferma a venticinque minuti. Il tempo necessario a far battere le ali alle sue liriche delicate, al volo sommesso di pensieri d’amore. Ai piccoli sospiri che fanno muovere le sue nuvole danzanti.

Diversamente ironico è l’estro che anima le cinque performer di A String Section, eseguito open air nel parco antistante la dimora sabauda di Racconigi. Le cinque ragazze - abito da sera nero, tacco alto e sguardo da belle tenebrose – sono degne componenti dei Reckless Sleepers – titolo preso in prestito da un’opera di Magritte a sottolineare simpatie surrealiste -, ovvero un gruppo anglo-belga fatto di artisti di diverse discipline, impegnati a spiazzare arte e spettatori in contesti stravolti. Il concerto per sega e sedie (destinate a una brutta fine) sta lì a dimostrarlo, impegnando le finte violoncelliste a una performance di azioni e (nuovi) equilibri mentre segano come ossesse le gambe dei loro sempre più precari sedili. Una metafora della vita e di come ci ostiniamo (noi donne, soprattutto) a crearci situazioni impossibili, portate avanti con un sorriso beffardo di sfida, di quelli che ti dicono che va tutto bene anche se sei finita a testa in giù.

Ancora alla vita, e alle relazioni che vi si intrecciano (fra uomo e donna, fra chi comanda e chi subisce, fra calcio e danza e via elencando) si rifà la metafora de La Partida di Vero Cendoya, danzatrice e coreografa catalana alle prese con un progetto bizzarro: mettere in campo cinque calciatori e cinque danzatrici, più un arbitro molto ballerino, e vedere l’effetto che fa. L’idea è birichina e stuzzicosa, la realizzazione meno entusiasmante. Se i calciatori, infatti, vengono esposti nel loro lato più coreografico, in un’arte che diventa stretta a considerarla solo sport come quella del calcio, le danzatrici calcianti sono meno abili nel dimostrare a loro volta la potenza insita in un’arte aggraziata come la danza. Ci sarebbero volute, forse, le danzatrici puntute e rabbiose di Forsythe. Quelle di Cendoya ci provano ma vengono sottomesse per copione e per esibizione. Elfico l’arbitro, in equilibrio d’altro gender fra maschile e femminile. Irrisolte molte altre questioni messe in campo e poi confuse nella mischia.

Chiusura di Festival, domenica, coi botti. Quelli d’artificio creati da Groupe F nei Giardini della Reggia di Venaria.

 

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