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"Juliet & Romeo" con Lost Dog al Gobetti

09/03/2026
"Juliet & Romeo" con Lost Dog al Gobetti
Lost Don in "Juliet and Romeo" (ph. Paul Blakemore)

TORINO Torinodanza Extra, il percorso dedicato alla danza e al teatro performativo nell'ambito della programmazione del Teatro Stabile di Torino, torna con tre appuntamenti. Il primo vede in scena al Teatro Gobetti, dal 31 marzo al 2 aprile, il lavoro premiato dalla critica inglese (NDA) di Ben Duke per la sua compagnia britannica Lost Dog: Juliet & Romeo, un rilettura del dramma shakespeariano dove però si immagina che i protagonisti siano sopravvissuti e siano ora in piena crisi di mezza età. Così decidono di mettere in scena uno spettacolo su sé stessi, nonostante il parere negativo del loro analista.

Ben Duke affronta la nostra ossessione culturale per la giovinezza e i problemi legati alla longevità, in un viaggio sospeso tra risate e malinconia, dove il mito dell’amore perfetto si scontra con la disarmante realtà quotidiana. Uno spettacolo per tutti, dove la danza incontra l’archetipo dell’amore contrastato. 

"Ho visto Romeo e Giulietta per la prima volta quando ero adolescente - dichiara Duke. Era una produzione della Royal Shakespeare Company. Sapevo, fin dall’inizio dello spettacolo, che nel giro di circa due ore sarebbero morti, quindi ero riluttante ad affezionarmi a loro […]. Ma quegli attori della RSC erano bravi – e Shakespeare sa quello che fa – così mi sono lasciato coinvolgere: mi sono affezionato, ho ceduto, controvoglia, all’energia emotiva. Come esseri umani siamo, con rare eccezioni, predisposti a farlo. Non vogliamo che le persone a cui teniamo muoiano. Non volevo che Romeo e Giulietta morissero. In produzioni successive mi è capitato di provare l’opposto, perché i due protagonisti erano molto irritanti, ma in quella mia prima esperienza volevo la vita. E c’erano così tante occasioni perché sopravvivessero. Se solo Romeo avesse ricevuto il messaggio di Giulietta, se solo Giulietta avesse bevuto qualche milligrammo in meno di pozione e si fosse svegliata trenta secondi prima, se solo Paride fosse stato più abile con la spada e avesse ritardato l’ingresso di Romeo di un minuto o due. Se solo, se solo. Come pubblico dovevamo assistere a quanto fossero andati vicini a restare in vita, e lo trovavo quasi insopportabile. 

E così il mio lavoro nasce da una mia antica avversione per la morte e dalla progressiva consapevolezza che ero perfettamente nella posizione di riscrivere quell’episodio che mi aveva frustrato per così tanto tempo. Volevo che Romeo e Giulietta vivessero, ed è stato questo il nostro punto di partenza.  All’inizio è stato esaltante: tutto era possibile. Dove sarebbero andati? Come avrebbero vissuto? Eravamo travolti dalle possibilità. Poi, gradualmente, le cose si sono complicate. Il problema di ingannare la morte è che poi bisogna continuare a vivere.

Secondo gli esperti, il cocktail chimico che percepiamo come amore romantico dura solo tre anni. In quei tre anni si passa gradualmente dall’ideale al reale. E Romeo e Giulietta avevano una caduta particolarmente lunga da affrontare. Mi interessava questa seconda parte della loro relazione, quella successiva all’amore romantico, intrinsecamente meno drammatica, più quotidiana e ripetitiva. Se la loro passione iniziale era alimentata anche dall’ostinazione delle famiglie in guerra, che tipo di relazione nasce invece dalla lotta quotidiana per portare un passeggino su per cinque rampe di scale?

Il processo creativo ha in qualche modo rispecchiato questa discesa nell’ordinario. Abbiamo iniziato con leggerezza e ottimismo, che ci hanno permesso di giocare con la storia di Shakespeare e di trovare il lato ridicolo di questa presunta tragedia. Abbiamo trascorso molto tempo a guardare quante più versioni possibile, in particolare quelle di MacMillan e Nureyev nonché i film di Zeffirelli e Lurhmann, lasciando che tutte queste versioni si confondessero nella nostra mente. Poi ci siamo bloccati. Molte ore seduti in silenzio a osservare la luce che cambiava fuori dalla finestra e a renderci conto che un altro giorno era passato con pochi progressi […].

Ma, come dice il personaggio di Geoffrey Rush in Shakespeare in Love, «la condizione naturale del teatro è fatta di ostacoli insormontabili sulla strada che porta a un disastro imminente» e credo che, come molte persone coinvolte nella creazione di uno spettacolo, io sia leggermente dipendente da quella sensazione di disastro imminente, pur mantenendo la convinzione che “andrà tutto bene”. […]

Ed ecco Juliet & Romeo, raccontato nel technicolor di parole e movimento: un esperimento alchemico che sfida la morte e afferma la vita, trasformando gerbilli in tartarughe e rimodellando questa iconica storia di amore e morte in qualcosa di molto più ordinario".

 

 

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