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Biennale Danza: McGregor guarda lontano per il ventennale

25/03/2026
Biennale Danza: McGregor guarda lontano per il ventennale
Lappon Lost (ph. Erik Berg)

VENEZIA Ventesima edizione per Biennale Danza, il festival di danza contemporanea della laguna curato da Wayne McGregor. Dal 17 luglio all’1 agosto 2026 l’edizione del compleanno si intitola Il tempo non esiste. “Questa profonda esplorazione del tempo – spiega McGregor - o meglio di un tempo che non esiste, alla Biennale Danza 2026 scandaglia i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza, incoraggiandoci a riflettere e a percepire il nostro legame con la vita, un invito a cambiare il modo di relazionarsi e di essere”. 

 

Nel programma global, che va oltre l'Occidente, molti artisti e artiste da scoprire e tante novità.

 

Dalle Prime Nazioni australiane al Sudafrica, i Leoni della Biennale Danza 2026 portano a Venezia Bangarra Dance Theatre (Leone d’oro alla carriera), la prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni australiani, e la danzatrice, coreografa, regista e attivista Mamela Nyamza (Leone d’argento) con l’omonima compagnia. Entrambe le formazioni debuttano con due prime europee: rispettivamente Terrain, coreografia di Frances Rings, spettacolo che evoca la forza del corpo e della terra ispirato alla bellezza senza tempo del più grande lago salato dell’Australia, il Kati Thanda-Lake Eyre, e The Herd/Less, un’opera sull’ambiguità di un mondo meraviglioso che evoca violenza e vulnerabilità esplorando il doppio significato di “gregge”: simbolo di armonia collettiva, ma anche di controllo e sottomissione.

 

Un atteso ritorno a Venezia e alla Biennale per  Emanuel Gat, coreografo di spicco israeliano attivo in Francia da un ventennio. Five Days in the Sun, sulla quinta sinfonia di Mahler, è la novità costruita per dodici danzatori che porta alla Biennale.

 

Storia e traumi si inscrivono nella memoria del corpo con due artiste che della pratica coreografica fanno un gesto contemporaneo, poetico, politico. In prima per l’Italia, What is War interroga i segni lasciati dalla guerra sul corpo e nella memoria collettiva delle generazioni a venire. In scena Eiko Otake, formata in Giappone dai maestri del butoh Kazuo Ohno e Tatsumi Hijikata, attiva a New York dal 1976 e presente in tutto il mondo con le sue opere multimediali, e Wen Hui, carismatica pioniera della danza moderna in Cina, dove fonda a Pechino nel 1994 la prima compagnia indipendente, fuori dal sistema statale, oggi di stanza a Francoforte. Tra nuove guerre e crisi globali Wen Hui ed Eiko Otake ci ricordano quanto sia fragile, e quanto preziosa, ogni vita individuale.

 

Il corpo come forma di documentazione storica, sociale e politica si esprime anche in Láhppon/Lost della coreografa e regista Elle Sofe Sara, che nella cultura Sami e nella natura totalizzante della Finnescandia delle sue origini, alla confluenza tra Norvegia, Russia, Finlandia, Svezia, trova fonte di energia creativa. L’opera riecheggia e rifrange nel presente un episodio cruciale della storia Sami, la rivolta di Kautokeino (1852) contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione forzata, per riflettere sui meccanismi umani della paura, dell’ingiustizia, della speranza. Per la prima volta, un’artista lappone, Elle Sofe Sara, insieme alla coreografa islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir, dirige 19 dei 70 ballerini del corpo di ballo del Teatro dell’opera di Oslo, debuttando lo scorso anno sul suo palcoscenico principale.

 

Va alla ricerca di un vocabolario che unisca corpi e storia, i figli della diaspora ai loro luoghi d’origine, letteralmente spogliandosi di ogni tradizione accademica per reinventare le proprie radici sepolte, la coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana, che ha alle spalle studi con De Keersmaeker e Charmatz, prima di fondare la compagnia Kintana a Bruxelles lo scorso anno. Fampitaha, fampita, fampitàna, novità per l’Italia, sviluppa un approccio collettivo alla coreografia, messa in dialogo con narrazione e musica, assieme a quattro partner, tre danzatori e un musicista, esponenti della diaspora di Haiti, Martinica, Guadalupa.

 

Omar Rajeh, figura centrale per la diffusione e lo sviluppo della danza contemporanea in Libano e nel mondo arabo, dal 2020 di stanza a Lione, porta al festival il suo ultimo Dance people in cui afferma il valore aggregante e comunitario della danza, facendone un atto dalla valenza fortemente politica.

 

E ancora: Tempo dell’artista finlandese Kalle Nio, capace di fondere teatro visivo, cinema sperimentale, circo contemporaneo e nuova magia, e il brasiliano di stanza in Svezia Fernando Melo; la danzatrice e burattinaia slovena Barbara Kanc, il danzatore italiano

Luigi Sardone e il danzatore e acrobata svedese Winston Reynolds si muovono in un paesaggio tra danza, teatro e acrobazia.

 

Poi nel cartellone i lavori dei due vincitori del bando “nuova coreografia”, Andrea Salustri e Oli Mathiesen; l’artista australiano Adam Linder con Drip Tekhne concepito in stretta connessione con i dieci interpreti, residenti all’Opera Reale di Copenhagen, Dansk Danseteaters: un’esplorazione sull’evoluzione del processo che ha portato i nostri corpi a diventare strumenti tecnici per la danza.

Una parata di stelle over 40 con la Winndance, acronimo di When if Not Now, nuova formazione di Stoccarda che  interpreti come Diana Vishneva, Silvia Azzoni, Kayoko Everhart, Mara Galeazzi, Silas Henriksen, Igone de Jongh, Marijn Rademaker, Oleksandr Ryabko, Gil Roman impegnati in lavori di  John Neumeier, Imre e Marne von Osptal,, Rainer Behr, Javier de Frutos, Omar Román de Jesús.

 

Ha fatto la storia la danzatrice e coreografa americana Molissa Fenley, che sarà a Venezia in triplice veste. Come autrice del pezzo di culto State of Darkness, con un singolo danzatore a cimentarsi con un’intera orchestra nella Sagra stravinskiana vista sotto una nuova luce, nell’interpretazione di Cassandra Trenary, già prima ballerina dell’American Ballet Theater e ora della Wiener Staatsoper. Ed eccezionalmente come interprete di Bardo, l’assolo che aveva concepito per Keith Haring nel decennale della scomparsa dell’artista, con cui la Fenley era in diretta amicizia collaborando a diversi progetti insieme. Nella tradizione tibetana “bardo” indica lo spazio liminale tra morte e rinascita. Infine Molissa Fenley sarà maestra per i sedici giovani danzatori e i due coreografi di Biennale College in vista di una nuova creazione in prima mondiale per il festival.

 

Biennale College Danzatori e Coreografi

Mettere in relazione i giovani talenti con i grandi maestri della danza, cimentandosi con apprendimento, formazione, mentoring, creazione, è il cuore di Biennale College. Dopo Crystal Pite, William Forsythe, Xie Xin, Saburo Teshigawara, Simone Forti, lo stesso Wayne McGregor, Cristina Caprioli, Sasha Waltz, ancora una volta i sedici giovani danzatori provenienti da tutto il mondo e i due giovani coreografi saranno in residenza alla Biennale Danza 2026, partecipando a classi, workshop, lavori di repertorio e, soprattutto, creando nuove opere, quest’anno al fianco di Molissa Fenley e Maxine Doyle.

Maxine Doyle è una coreografa e regista indipendente, dal 2002 è regista-coreografa per Punchdrunk, con cui ha co-diretto il pluripremiato Sleep No More (Londra, Boston, New York, Shanghai). Scrive McGregor “Entrambe queste artiste sono vere potenze dell’immaginazione, esperienza e innovazione, e siamo entusiasti di commissionare due nuove opere (On Tenderness e Hubris) ideate specificamente per i danzatori di Biennale College 2026”. Inoltre, i due giovani coreografi selezionati tramite bando creeranno e presenteranno prime mondiali alla Biennale Danza 2026, guidati da Wayne McGregor e dal suo team.

 

Il ventennale viene poi celebrato con una mostra, Life Lines, creata in collaborazione con l’Archivio Storico della Biennale – ASAC.

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